
Cari amici del Mondayscreen, nuovi e fedelissimi, vi proponiamo ora un ciclo tutto dedicato al mondo indiretto della satira. Un mondo indiretto perché, da cose che possono sembrare buffe, se ne ricavano ben più profondi significati. Vi proponiamo tre film, uno del maestro Mario Monicelli, uno di Woody Allen e il terzo della premiata ditta Monty Phyton (Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin). Il ciclo si propone, appunto, di farvi notare tutti quei rimandi ai quali la satira può portare, con le sue risate, le sue assurdità e le mille metafore assurde. Proprio l’assurdità è al centro dei film di Monicelli e dei Python e, per quanto riguarda Allen, neanche parlarne. La parola d’ordine è quindi riflessione, ma anche: “Ridete, ridete, ridete!”.
Buona visione a tutti!
L’ARMATA BRANCALEONE
“Cedete lo passo! Brancaleone sta arrivando! Isso tremendo è!”. E’ questo il linguaggio maccheronico inventato dai famosi sceneggiatori italiani, Age e Scarpelli,
per il film diretto da Mario Monicelli.
Una schiera di uomini perdenti e scapestrati, guidata da Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman), rampollo di una famiglia nobile decaduta, va all’improbabile conquista del feudo di Aurocastro. Brancaleone tenta di animare la sua “truppa” secondo “cavallereschi principi” e compirà un lungo viaggio attraverso l’Italia del XI secolo, tra mille disavventure e numerosi incontri, come quello con Teofilatto dei leoni (Gian Maria Volontè), un principe bizantino diseredato.
L’intera pellicola è piena di rimandi “satirici” all’Italia di oggi, ai suoi vizi, alle sue virtù, alla sua gente, piena di idee ma alla fine inconcludente o incapace di agire. I buffi fallimenti delle imprese dei protagonisti, la sottile ironia, il continuo scetticismo dei personaggi, sono caratteristiche tipiche degli uomini messi in scena dalla Commedia all’Italiana, della quale il regista e il film stesso sono tra gli esponenti principali.
Tipico è anche il tema, affrontato in molti film e libri, del “Donchishottiano” cavaliere errante alla ricerca di imprese impossibili, che si mette a capo, da leader non molto carismatico, di un improbabile gruppo di fanti improvvisati, che a tutto farebbero pensare tranne che a dei guerrieri, come il “crucco” Mangold (Ugo Fangareggi) che indossa un elmo molto simile a quello dei soldati austriaci della prima guerra mondiale; con questo ultimo indizio Monicelli sembra quasi volerci suggerire di continuare a guardare il film sotto una luce “contemporanea”, per farci vedere quanto il mondo di allora abbia numerosi punti in comune con quello di adesso.
Per quanto riguarda il punto di vista tecnico/artistico, questo film è stato girato tra la Maremma e l’alto Lazio e le scenografie, quasi tutte in esterni rappresentano un medioevo diverso da quello mitico e cavalleresco rappresentato fino ad allora, ma raffigurano un’epoca decadente e piena di straccioni. La stessa scenografia si integra alla perfezione ai costumi e alla fotografia di Carlo di Palma; questo perché,e le scenografie, e i costumi, e i filtri posti davanti all’obiettivo della macchina da presa e la grana della pellicola, contribuiscono all’unisono a creare un’infinita serie di varietà cromatiche, le quali sembrano integrarsi bene col “colorito” linguaggio maccheronico.
Infine una battuta: “«Abbiate fede ne lo cavalcone! Isso è forte!» e credete, o voi spettatori, che anche il film lo è, molto.
LUDOVICO PICCOLO