giovedì 25 febbraio 2010

SGUARDI INCROCIATI


Mondayscreen e Asu, in collaborazione con Arci e in parallelo al concorso fotografico '...', vi propongono un percorso cinematografico sul tema del rapporto tra immigrazione e inclusione sociale attraverso gli sguardi incrociati dei soggetti che vivono queste dinamiche. Tre pellicole eterogenee tra di loro, con le quali ci proponiamo di esperire la inesauribile complessità della realtà dei rapporti sociali, economici e di genere grazie all'adozione di prospettive 'estranee' o speculari, come quella di una ragazza rumena che desidera trasferirsi in Italia, di una donna innamorata di un immigrato turco nella Germania degli anni '70, di un italiano emigrato per la lavorare in Svizzera; tre storie filtrate da sensibilità diverse e radicate nel proprio tempo ma che proprio in virtù dello spiazzamento che ci offrono riguardano da vicino noi abitatori di un tempo angusto e miope.

martedì 23 febbraio 2010

Sleeper- Il Dormiglione di Woody Allen


Miles Monroe (Woody Allen) si risveglia nel 2173 dopo essere rimasto ibernato per 200 anni in seguito a un intervento di ulcera. Gli scienziati che lo scongelano lo coinvolgono nella lotta ribelle contro il governo del Grande Leader e il misterioso ‘piano Ires’. Tutto si complica con l’incontro della poetessa Luna (una bellissima Diane Keaton) e il suo smascheramento. Al suo quarto film da regista Allen ormai padroneggia moltissime tecniche comiche visive, cita e reinventa i maestri (Keaton, Chaplin, i fratelli Marx) sfruttando la propria fisicità e dà vita a una spassosissima parodia del genere fantascientifico. Ritroviamo i topoi di molti classici: il viaggio nel tempo, l’incubo politico orwelliano, l’annullamento della memoria collettiva, l’alieno, l’ossessione tecnologica; ogni elemento passato attraverso la sensibilità e l’irriverenza di Woody; ad esempio, la musica jazz (composta e suonata dal suo gruppo, i Ragtime Rascals) genera straniamento e rende il clima farsesco. In particolare è il rapporto con la tecnologia a essere centrale; la società che vediamo sembra avere eliminato ogni imperfezione umana (il piacere si raggiunge con l’orgasmatic) e regnano il conformismo e l’apatia. L’’alieno’ pasticcione, nevrotico e che non si fida di nessuno smaschera le nostre ossessioni e debolezze con la grande forza della satira che sta soprattutto nel farci sentire fratelli nella debolezza e nella sfortuna cosmica, con le sole due certezze possibili: ‘sesso e decesso’.
Stefano Trombetta

domenica 14 febbraio 2010

SATYSFICTION


Cari amici del Mondayscreen, nuovi e fedelissimi, vi proponiamo ora un ciclo tutto dedicato al mondo indiretto della satira. Un mondo indiretto perché, da cose che possono sembrare buffe, se ne ricavano ben più profondi significati. Vi proponiamo tre film, uno del maestro Mario Monicelli, uno di Woody Allen e il terzo della premiata ditta Monty Phyton (Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin). Il ciclo si propone, appunto, di farvi notare tutti quei rimandi ai quali la satira può portare, con le sue risate, le sue assurdità e le mille metafore assurde. Proprio l’assurdità è al centro dei film di Monicelli e dei Python e, per quanto riguarda Allen, neanche parlarne. La parola d’ordine è quindi riflessione, ma anche: “Ridete, ridete, ridete!”.
Buona visione a tutti!


L’ARMATA BRANCALEONE

“Cedete lo passo! Brancaleone sta arrivando! Isso tremendo è!”. E’ questo il linguaggio maccheronico inventato dai famosi sceneggiatori italiani, Age e Scarpelli,
per il film diretto da Mario Monicelli.
Una schiera di uomini perdenti e scapestrati, guidata da Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman), rampollo di una famiglia nobile decaduta, va all’improbabile conquista del feudo di Aurocastro. Brancaleone tenta di animare la sua “truppa” secondo “cavallereschi principi” e compirà un lungo viaggio attraverso l’Italia del XI secolo, tra mille disavventure e numerosi incontri, come quello con Teofilatto dei leoni (Gian Maria Volontè), un principe bizantino diseredato.
L’intera pellicola è piena di rimandi “satirici” all’Italia di oggi, ai suoi vizi, alle sue virtù, alla sua gente, piena di idee ma alla fine inconcludente o incapace di agire. I buffi fallimenti delle imprese dei protagonisti, la sottile ironia, il continuo scetticismo dei personaggi, sono caratteristiche tipiche degli uomini messi in scena dalla Commedia all’Italiana, della quale il regista e il film stesso sono tra gli esponenti principali.
Tipico è anche il tema, affrontato in molti film e libri, del “Donchishottiano” cavaliere errante alla ricerca di imprese impossibili, che si mette a capo, da leader non molto carismatico, di un improbabile gruppo di fanti improvvisati, che a tutto farebbero pensare tranne che a dei guerrieri, come il “crucco” Mangold (Ugo Fangareggi) che indossa un elmo molto simile a quello dei soldati austriaci della prima guerra mondiale; con questo ultimo indizio Monicelli sembra quasi volerci suggerire di continuare a guardare il film sotto una luce “contemporanea”, per farci vedere quanto il mondo di allora abbia numerosi punti in comune con quello di adesso.
Per quanto riguarda il punto di vista tecnico/artistico, questo film è stato girato tra la Maremma e l’alto Lazio e le scenografie, quasi tutte in esterni rappresentano un medioevo diverso da quello mitico e cavalleresco rappresentato fino ad allora, ma raffigurano un’epoca decadente e piena di straccioni. La stessa scenografia si integra alla perfezione ai costumi e alla fotografia di Carlo di Palma; questo perché,e le scenografie, e i costumi, e i filtri posti davanti all’obiettivo della macchina da presa e la grana della pellicola, contribuiscono all’unisono a creare un’infinita serie di varietà cromatiche, le quali sembrano integrarsi bene col “colorito” linguaggio maccheronico.
Infine una battuta: “«Abbiate fede ne lo cavalcone! Isso è forte!» e credete, o voi spettatori, che anche il film lo è, molto.

LUDOVICO PICCOLO

mercoledì 3 febbraio 2010

Synecdoche, New York di Charlie Kaufman

Charlie Kaufman è innanzitutto uno scrittore, capace di mescolare parole e immagini, di rendere le parole immagini e le immagini parole. Gioca con entrambe.

In Synecdoche, film non ancora uscito nelle sale italiane, la realtà si fa finzione, ma la stessa finzione finisce per essere la realtà. Realtà e finzione si mescolano per creare un “pout pourri” irreale e grottesco, come una riflessione infinita tra specchi che riproducono l’immagine reale, ma ripetendola in questo gioco senza limite fino a distorcerla completamente.

Caden Cotard è un autore teatrale, pervaso dall’ipocondria, morto e vivo allo stesso tempo, caricatura di se stesso. Lasciato dalla moglie, un’artista che dipinge quadri in miniatura e che scappa a Berlino con la figlia. Insignito di un prestigioso quanto cospicuo premio, intraprende un progetto assurdo: inizia a costruire una città nella città, cercando di ricreare la sua vita passata e di riportare nella finzione ciò che non vi fa più parte, perché nel passato. Gli attori diventano così pian piano protagonisti della sua vità, fino a comandarla, finchè egli stesso si trasforma in protagonista di una finzione che non ha più alcuna realtà a cui appoggiarsi, ma riflette all’infinito proiezioni del passato.

Il tempo scorre senza che ce se ne accorga: “Even though the world goes on for a fraction of a fraction of a second. Most of your time is spent being dead or not yet born. But while alive, you wait in vain, wasting years, for a phone call or a letter or a look from someone or something to make it all right” (“Sebbene il mondo avanza di una frazione di frazione al secondo, la maggior parte del nostro tempo è spesa nell’essere morti o non ancora nati. Ma mentre si è vivi, si aspetta, buttando via anni invano, per una chiamata o una lettera o uno sguardo da qualcuno o qualcosa che metta le cose a posto”).

Le emozioni si fanno malattie reali, le immagini oniriche diventano vita reale. L’unico modo per rappresentare la vita è inscenare quell’unico giorno, quello in cui si è stati più felici.
Charlie Kaufman, già noto per la sceneggiatura di “Essere John Malkovich” e “Se mi lasci ti cancello”, scrittore di se stesso in “Il ladro di Orchidee” interpretato da Nicholas Cage, è capace di farci sentire schiaffeggiati, amareggiati, impauriti. Ci fa addentrare attraverso i nostri più profondi sentimenti, nel turbine della malinconia, nell’attesa vana di quella decadenza, di quell’autunno universale, come dello sfiorire di una rosa mentre lenta perde i suoi petali. Nicole Braida

lunedì 1 febbraio 2010

01/02, L'arte del sogno di M.Gondry




"L'arte del sogno" è un film del 2006 diretto da Michel Gondry, autore francese eclettico e fantasioso, qui alla sua terza opera cinematografica. La sua carriera nasce in realtà dal mondo della musica e della pubblicità, dove è emerso come artista originale e fantasioso, dalle trovate geniali e artigianali. Crea mondi magnifici senza l'aiuto di effetti speciali, sempre con una spiccata impronta fanciullesca: i suoi videoclip mostrano mondi colorati, con personaggi strani e surreali.

Ha lavorato con molti musicisti noti come Bjork, the White Stripes, Chemical Brothers, Foo Fighters, Daft Punk, Massive attack, Kylie Minogue, Beck ecc.. dopo di che è passato al cinema e con l'amico Charlie Kaufman ha lavorato alla sceneggiatura del film "Human Nature", brillante commedia filosofica. Da regista ha diretto, sempre in collaborazione con Kaufman, "Se mi lasci ti cancello", film romantico e intellettuale dove un uomo (Jim Carrey) cerca di dimenticare l'amata facendosi cancellare la memoria.

Dirige quindi "L'arte del sogno", questa volta senza Kaufman, film ancora una volta incentrato sull'amore. In questo caso diviso tra sogno e realtà: Stèphane (Gael Garcia Bernal) si trasferisce dal Messico e trova a Parigi un lavoro noioso e ripetitivo, ma incontra Stèphanie ragazza timida e sognatrice. Se ne innamora tra invenzioni incredibili e sogni ad occhi aperti, il loro amore è confuso tra mondi immaginari e vita reale, che sembrano non coincidere mai.



Manuela Brombin

martedì 26 gennaio 2010

Ciclo "CINERETICI", 3 appuntamenti ognì lunedì dal 25/1 al 8/2


Questi tre appuntamenti sono dedicati ad alcune esperienze feconde e sorprendenti di eterodossia cinematografica. Vi proponiamo la visione di tre opere: La Montagna Sacra di Alejandro Jodorowsky, L’Arte del Sogno di Michel Gondry e Synecdoche, New York di Charlie Kaufman. L’unicità di questi film, oltre che negli stili personalissimi e nella forza immaginativa di universi paralleli inconfondibili, consiste nell’essere creazioni di registi ‘eretici’, cresciuti artisticamente nell’ambito di altre forme espressive e accostatisi perciò al grande schermo con un’attitudine libera, inedita e ‘inattuale’. Alejandro Jodorowsky, nato in Chile nel 1929, l’outsider per eccellenza, è scrittore e poeta surrealista, attore e mimo, sciamano, psicologo, buffone e molto altro. Michel Gondry è musicista, autore di videoclip musicali rivoluzionari e artigiano-inventore prima che regista di cinema. Charlie Kaufman debutta dietro la macchina da presa dopo avere scritto alcune delle più eccezionali e intriganti sceneggiature del cinema dei nostri giorni, autentici pezzi di Letteratura che dialogano con l’opera di maestri quali Kafka, Beckett, Dick e Foster Wallace. La prospettiva ‘eretica’, obliqua di questi autori, oltre che liberare potenzialità sopite del mezzo , genera necessariamente vere e proprie riflessioni sull’arte e il suo rapporto con la vita.